mercoledì, 23 luglio 2008
Un capitolino tratto da un alievo di Gurdgjieff sulla quarta via...







Vi e' un grandissimo numero di strade, piu' o meno lunghe, piu' o meno dure,

ma tutte, senza eccezione, conducono o cercano di condurre in una stessa

direzione, che e' quella dell'immortalita'. L'immortalita' non e' una

proprieta' della quale l'uomo e'consapevole, ma una proprietà che puo'

essere

acquisita. Tutte le vie che conducono all'immortalita', quelle che sono

generalmente

conosciute e le altre, possono essere ripartite in tre categorie:



1. La via del fachiro.

2. La via del monaco.

3. La via dello yogi.



La via del fachiro e' quella della lotta con il corpo fisico, e' lunga,

difficile e incerta. Il fachiro si sforza di sviluppare la volonta' fisica,

il potere sul corpo. Egli vi riesce attraverso terribili sofferenze,

torturando il corpo. Tutta la via del fachiro e' fatta di esercizi fisici

incredibilmente penosi. Egli sta in piedi, nella medesima posizione, senza

un movimento, per ore, giorni, mesi o anni; oppure siede con le braccia

tese, su un nudo sasso, al sole, alla pioggia, alla neve; oppure si infligge

il supplizio del fuoco o quello del formicaio in cui egli tiene le gambe

nude, e cosi' via. Se non cade ammalato o non muore, si sviluppa in lui cio'

che puo' essere chiamata' volonta' fisica ed egli raggiunge allora la

possibilità di formare il quarto corpo. Ma le altre sue funzioni, emozionali

e intellettuali, rimangono non sviluppate. Egli ha conquistato la volonta',

ma non possiede niente cui applicarla, non puo' farne uso per acquistare la

conoscenza o perfezionare se stesso. In generale, e' troppo vecchio per

cominciare un lavoro nuovo.



Ma dove vi sono scuole di fachiri, si trovano pure scuole di yogi.

Generalmente gli yogi non perdono di vista i fachiri. E, allorche' un

fachiro raggiunge cio' a cui aspirava, prima di essere troppo vecchio, essi

lo

prendono in una delle loro scuole, dove per prima cosa lo curano e ricreano

in lui il potere di movimento, dopo di che incominciano ad istruirlo. Un

fachiro deve imparare di nuovo a parlare e a camminare come un bimbo

piccolo. Ma egli possiede ora una volonta' che ha superato difficolta'

incredibili e che potra' aiutarlo a superare le difficolta' che l'attendono

ancora nella seconda parte del suo cammino, quando si tratteràa'di

sviluppare le sue funzioni intellettuali ed emozionali.



Non potete immaginarvi le prove alle quali si sottomettono i fachiri.

Non so se voi abbiate mai visto veri fachiri. Io ne ho incontrati molti; mi

ricordo di uno di essi che viveva nel cortile interno di un tempio indiano;

ho perfino dormito al suo fianco. Giorno e notte, per vent'anni, egli si era

tenuto sulla punta delle dita dei piedi e delle mani. Non era piu' capace di

raddrizzarsi, ne' di spostarsi. I suoi discepoli lo portavano a braccia, lo

conducevano al fiume dove lo lavavano come un oggetto. Ma un tale risultato

non si ottiene in un giorno. Pensate a tutto cio' che aveva dovuto superare,

alle torture che aveva dovuto subire per raggiungere quel grado.



E un uomo non diventa fachiro per sentimento religioso, o perche' egli

comprenda le possibilita' e i risultati di questa via. In tutti i paesi

d'Oriente dove esistono fachiri, il popolino ha l'usanza di votare ai

fachiri un ragazzo nato dopo qualche avvenimento felice. Accade anche che i

fachiri adottino degli orfani, o acquistino i figli di povera gente. Questi

bambini diventano loro allievi e li imitano di buon grado, o vi sono

costretti; alcuni lo fanno solo esteriormente, ma altri col tempo diventano

realmente fachiri. Si aggiunga che altri seguono questa via semplicemente

per essere stati colpiti dallo spettacolo di qualche fachiro. Accanto a

tutti i fachiri che si possono vedere nei templi, si trovano persone che li

imitano, sedute o in piedi, nella stessa posizione. Costoro non lo fanno a

lungo, certamente, ma a volte per parecchie ore. E accade anche che un uomo,

entrato per caso in un tempio in un giorno di festa, dopo aver cominciato ad

imitare qualche fachiro che l'aveva particolarmente impressionato, non

ritorni a casa mai piu', ma si aggiunga alla folla dei suoi discepoli; piu'

tardi, col passare del tempo diventera' anche lui un fachiro. Capirete che

io in questi casi non do piu' alla parola 'fachiro' il suo senso proprio. In

Persia, la parola fachiro indica semplicemente un mendicante; in India. i

giocolieri, i saltimbanchi sono soliti chiamare se stessi fachiri. Gli

europei, soprattutto gli europei istruiti, danno molto spesso il nome di

fachiro agli yogi, come pure a monaci erranti di diversi ordini. Ma, in

realta' la via del fachiro, la via del monaco e la via dello yogi sono

completamente

differenti.



Non ho parlato finora che dei fachiri.



Questa e' la prima via.



La seconda e' quella del monaco.



E' la via della fede, del sentimento religioso e del sacrificio. Un uomo che

non abbia fortissime emozioni religiose e una immaginazione religiosa molto

intensa non puo' diventare un monaco, nel vero senso della parola. Pure la

via del monaco e' molto dura e molto lunga. Il monaco passa degli anni,

decine

di anni a lottare contro se stesso, ma tutto il suo lavoro e' concentrato

sul

secondo corpo, ossia sui sentimenti. Sottomettendo tutte le altre emozioni a

una sola emozione, la fede, egli sviluppa in se stesso l'unita', la volonta'

sulle emozioni. Ma il suo corpo fisico e le sue capacità intellettuali

possono restare non sviluppate. Per essere in grado di servirsi di cio' che

egli avra' raggiunto, dovra' coltivarsi fisicamente e intellettualmente.



Questo non potra' essere condotto a buon fine se non mediante nuovi

sacrifici, nuove austerita', nuove rinunce. Un monaco deve ancora diventare

uno yogi e un fachiro. Rarissimi sono coloro che arrivano cosi' lontano;

piu' rari sono ancora coloro che superano tutte le difficolta'. La maggior

parte

muoiono prima o non diventano monaci che in apparenza.



La terza via e' quella dello yogi.



E' la via della conoscenza, la via dell'intelletto. Lo yogi riesce a

sviluppare il suo intelletto, ma il suo corpo e le sue emozioni restano da

sviluppare e, come il fachiro ed il monaco, egli e' incapace di trarre

profitto da cio' che ha realizzato. Egli sa tutto, ma non puo' fare nulla.



Per diventare capace di fare deve conquistare il dominio sul suo corpo e

sulle

sue emozioni. Per riuscirvi, deve rimettersi al lavoro ed egli non otterra'

alcun risultato se non con degli sforzi prolungati. Pero' in questo caso ha

il vantaggio di comprendere la sua posizione, di conoscere cio' che gli

manca, cio' che deve fare e la direzione da seguire. Ma, come sulla via del

fachiro e del monaco, rarissimi sono coloro che acquistano una tale

conoscenza sulla via dello yogi, ossia raggiungono il livello in cui un uomo

puo' sapere dove va. La maggior parte si arrestano ad un certo grado e non

vanno oltre. Le vie si differenziano l'una dall'altra anche nella loro

relazione con il maestro o guida spirituale. Sulla via del fachiro, un uomo

non ha maestro nel vero senso di questa parola. Il maestro, in questo caso,

non insegna, serve semplicemente da esempio. Il lavoro dell'allievo consiste

nell'imitare il maestro. L'uomo che segue la via del monaco ha un maestro, e

una parte dei suoi doveri, una parte del suo compito, e' di avere nel suo

maestro una fede assoluta; egli deve sottomettersi assolutamente a lui, in

obbedienza. Ma l'essenziale sulla via del monaco e' la fede in Dio, l'amore

di Dio, gli sforzi ininterrotti per obbedire a Dio e servirlo, anche se

nella sua comprensione dell'idea di Dio e del servizio di Dio puo' esservi

una grande parte di soggettivita' e molte contraddizioni.



Sulla via dello yogi senza un maestro non si puo' fare nulla e non si deve

fare nulla. L'uomo che abbraccia questa via deve, all'inizio, imitare il suo

maestro come il fachiro e credere in lui come il monaco. Ma, in seguito,

diviene gradualmente il maestro di se stesso. Egli impara i metodi del suo

maestro e si esercita gradualmente ad applicarli a se stesso.



Ma tutte le vie, la via del fachiro, come le vie del monaco e dello yogi,

hanno un punto comune: tutte incominciano da cio' che vi e' di piu'

difficile:



un cambiamento di vita totale, una rinuncia a tutto cio' che e' di questo

mondo. Un uomo che ha una casa, una famiglia, deve abbandonarle, deve

rinunciare a tutti i piaceri, attaccamenti e doveri della vita, e partire

per il deserto, entrare in un monastero o in una scuola di yogi. Fin dal

primo giorno, dai primi passi sulla via egli deve morire al mondo; soltanto

cosi' egli puo' sperare di raggiungere qualcosa su una di queste vie.



In una vita ordinaria, per quanto colma di interessi filosofici,

scientifici, religiosi o sociali, non vi e' nulla e non puo' esservi nulla

che ffra le possibilita' contenute nelle vie. Infatti, esse conducono o

potrebbero condurre l'uomo all'immortalita'. La vita mondana, anche la piu'

riuscita, conduce alla morte e non potrebbe condurre a nient'altro. L'idea

delle vie non puo' essere compresa, se si ammette la possibilita' di

un'evoluzione dell'uomo senza il loro aiuto.



Come regola generale, e' duro per un uomo rassegnarsi a quest'idea; essa gli

pare esagerata, ingiusta e assurda. Egli ha una povera comprensione del

senso della parola 'possibilità'. Si immagina che, se vi sono delle

possibilita' in lui, debbano svilupparsi e che debbano pur esserci dei mezzi

di sviluppo alla sua portata. Da un totale rifiuto di riconoscere in se

stesso qualsiasi genere di possibilita', l'uomo, in generale, passa

immediatamente a un'esigenza imperiosa del loro sviluppo inevitabile. E'

difficile per lui abituarsi all'idea che non soltanto le sue possibilita'

possono restare al loro stadio attuale di sottosviluppo, ma che esse possono

atrofizzarsi definitivamente e che d'altra parte il loro sviluppo esige da

lui sforzi prodigiosi e perseveranti. In generale, se noi consideriamo le

persone che non sono ne' fachiri, ne' monaci, ne' yogi, e delle quali

possiamo ffermare con sicurezza che non lo saranno mai, siamo in grado di

affermare

con certezza assoluta che le loro possibilita' non possono svilupparsi e non

saranno mai sviluppate. E' indispensabile persuadersene profondamente per

comprendere cio' che sto per dire.



Nelle condizioni ordinarie della vita civilizzata, la situazione di un uomo,

anche intelligente, che cerca la conoscenza, e' senza speranza, poiche' egli

non ha la minima possibilita' di trovare attorno a se' qualcosa che somigli

ad una scuola di fachiri o ad una scuola di yogi; quanto alle religioni

dell'occidente, esse sono degenerate a tal punto che, da molto tempo, non vi

e' iu' nulla di vivente in esse. Infine dall'occultismo o dallo spiritismo

non

c'e' altro da aspettarsi che qualche ingenua esperienza.



E la situazione sarebbe veramente disperata se non esistesse un'altra

possibilita': quella di una quarta via.



La quarta via non richiede che ci si ritiri dal mondo, non esige la rinuncia

a tutto cio' che formava la nostra vita. Essa comincia molto piu' lontano

che on la via dello yogi. Cio' significa che bisogna essere preparati per

impegnarsi sulla quarta via e che questa preparazione deve essere acquisita

nella vita ordinaria, essere molto seria e abbracciare parecchi aspetti

differenti. Inoltre, un uomo che vuole seguire la quarta via deve riunire

nella sua vita condizioni favorevoli al lavoro, o che in ogni caso non lo

rendano impossibile. Infatti, bisogna convincersi che sia nella vita

esteriore che nella vita interiore di un uomo, certe condizioni possono

costituire per la quarta via barriere insormontabili. Aggiungiamo che questa

via, contrariamente a quella del fachiro, del monaco e dello yogi, non ha

una forma definita. Prima di tutto essa deve essere trovata. E' la prima

prova. Ed e' difficile, poiche', la quarta via e' ben lontana dall'essere

conosciuta quanto le altre tre vie tradizionali. C'e' molta gente che non ne

ha mai sentito parlare ed altri che negano semplicemente la sua esistenza o

anche la sua possibilita'.



Tuttavia, l'inizio della quarta via e' ben piu' facile dell'inizio delle vie

del fachiro, del monaco e dello yogi. E' possibile seguire la quarta via e

lavorare su di essa rimanendo nelle condizioni abituali di vita e

continuando il lavoro usuale, senza rompere le relazioni che si avevano con

la gente, senza abbandonare nulla. Anzi, le condizioni di vita nelle quali

un uomo si trova quando inizia il lavoro - dove il lavoro, per cosi' dire,

lo orprende - sono le migliori possibili per lui, perlomeno all'inizio.



Infatti, queste condizioni gli sono naturali. Esse sono quell'uomo stesso,

poiche' la vita di un uomo e le sue condizioni corrispondono a cio' che egli

e'. La vita le ha create sulla sua misura; di conseguenza ogni altra

condizione sarebbe artificiale e il lavoro non potrebbe, in questo caso,

toccare contemporaneamente tutti i lati del suo essere.



La quarta via differisce dunque dalle altre in quanto la sua principale

richiesta e' una richiesta di comprensione. L'uomo non deve fare nulla senza

comprendere - salvo a titolo di esperienza - sotto il controllo e la

direzione del suo maestro. Piu' un uomo comprendera' quello che fa, piu' i

risultati dei suoi sforzi saranno validi. E' un principio fondamentale della

quarta via. I risultati ottenuti nel lavoro sono proporzionali alla

coscienza che si ha di questo lavoro. La fede non e' richiesta su questa

via; al contrario, la fede di qualsiasi tipo costituisce un ostacolo. Sulla

quarta via un uomo deve assicurarsi da se' la verità di cio' che gli viene

detto. E fin quando non avra' acquisito questa certezza, non deve fare

nulla.



Il metodo della quarta via e' il seguente: mentre si lavora sul corpo

fisico, bisogna lavorare simultaneamente sul pensiero e sulle emozioni;

lavorando sul pensiero, bisogna lavorare sul corpo fisico e sulle emozioni;

mentre si lavora sulle emozioni, occorre lavorare sul pensiero e sul corpo

fisico.



Cio' che permette di riuscire e' la possibilita', nella quarta via, di fare

uso

di un sapere particolare, inaccessibile nelle vie del fachiro, del monaco e

dello yogi. Questo sapere rende possibile un lavoro simultaneo nelle tre

direzioni. Tutta una serie di esercizi paralleli sui tre piani: fisico,

mentale ed emozionale, servono a questo scopo.



Inoltre, nella quarta via e' possibile individualizzare il lavoro di

ciascuno; vale a dire, ogni persona deve fare solo cio' che gli e'

necessario e nulla che sia inutile per lui. Infatti, la quarta via fa a meno

di tutto

il superfluo che si e' mantenuto per tradizione nelle altre vie. Cosi',

allorche' un uomo raggiunge la volonta' mediante la quarta via, egli puo'

servirsene, poiche' ha acquistato il controllo di tutte le sue funzioni

fisiche, emozionali ed intellettuali. Egli ha risparmiato, per giunta, molto

tempo, con questo lavoro simultaneo e parallelo sui tre lati del suo essere.
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martedì, 08 aprile 2008


Nella tradizione tibetana il mandala è al tempo stesso una sintesi dello spazio, un’immagine del mondo e la dimora di potenze divine, quindi, la manifestazione - in forma di diagramma - di perfette qualità come la compassione, la saggezza e l’energia spirituale rappresenta un’immagine capace di condurre chi la contempla, se si sono ricevuti i necessari insegnamenti, ad una progressiva purificazione mentale e al Risveglio.


Il mandala tibetano viene tracciato con forme geometriche ben precise e poi ricoperto in ogni sua più piccola parte con sabbie finissime di diversi colori. Sul piano estetico e funzionale è una struttura quadra provvista di 4 porte, rappresentazione piana di un palazzo visto dall’alto; esso contiene cerchi e fiori di loto, è popolato di immagini e di simboli divini. Su questa base, il Lama con il potere della sua concentrazione meditativa, costruisce a livello psichico la dimora celestiale e, con un rituale molto complesso fa discendere la divinità al suo centro.

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martedì, 08 aprile 2008





















Astrologia Tibetana






L’astrologia buddista tibetana è un sistema costruito sulla base di concezioni della scienza medica, psicologica e tantrica e non su mere superstizioni e credenze popolari.


Gli esseri viventi molto spesso sperimentano malattie e circostanze sfortunate dovute alle influenze malevole causate da una condotta in contrasto con le energie astrali esterni, interne e segrete. Per questo motivo sono necessari potenti metodi, mantrici e tantrici, che riequilibrino gli effetti delle energie celesti disturbanti e instaurino buone relazioni con le divinità delle ventotto costellazioni e degli otto pianeti.


Lama Gangchen Rinpoche - Autoguarigione II - LGPP


 


Calendario Tibetano


Pratica Astrologica basata sul Tanta di Kalachakra


Preghiera di propiziazione delle attività e di protezione astrologica



http://www.freetibet.org
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domenica, 23 settembre 2007





Stefano ''Teti'' Orzes
 
artwork Stefano Orzes

Gurdjieff e le Neuroscienze:

Albert Einstein definiva con il termine "Psicologia del Senso Comune" (PSC) tutto quell’insieme di nozioni, schemi e convinzioni su se stessi, gli altri e il mondo che ci circonda che vengono inculcate in un essere umano nei suoi primi diciotto anni di vita. Esattamente quel fardello di nozioni, schemi e convinzioni che è indispensabile abbandonare, secondo G.I.Gurdjieff, per liberare la ‘farfalla’ che è in noi dalla crisalide in cui si trova imprigionata e che ostacola la ‘trasformazione alchemica’ del ‘vile metallo’ della nostra frammentazione interiore nell’Oro di un ‘Io permanente’. Ma procediamo con ordine. Ognuno di noi nasce all’interno di una certa cultura, all’interno di un gruppo di persone che condividono un certo sistema di valori e che sono accomunate da un fondamentale consenso su come sono le cose e su come dovrebbero essere. Lo scopo primario dell’educazione consiste nel plasmare e modellare la ‘creta psicologica’ del fanciullo al fine di renderla quanto più possibile conforme a quei modelli comportamentali che la società ha stabilito e definito come ‘normali’. Possiamo immaginare che al momento della nascita la nostra mente sia come una immensa pianura, senza valli né colline, dove il flusso delle percezioni inizia a scorrere liberamente come un fiume che scavi da solo il proprio letto. In realtà dobbiamo immaginare non uno ma decine, centinaia, migliaia di fiumi che cominciano a scavare profondi solchi in quella pianura, trasformandola lentamente ed inesorabilmente in un paesaggio completamente diverso, fatto di valli e colline, di gole e pareti invalicabili, e soprattutto di un certo numero di ‘bacini psichici’ di diversa dimensione in cui i flussi confluiscono. All’interno di questo paesaggio i nuovi flussi percettivi non possono più procedere liberamente ma si trovano costretti a seguire i percorsi già tracciati, contribuendo a loro volta ad aumentare la profondità dei bacini esistenti e accrescere, di conseguenza, la loro capacità di attrarre altri flussi psichici (per questo li chiameremo ‘bacini di attrazione psichici’, in sintonia con il moderno linguaggio della fisica dei Sistemi Complessi). La cultura e l’istruzione interferiscono prontamente con questo processo naturale, iniziando a costruire dighe, barriere, chiuse e canali allo scopo di controllare la turbolenza di quei flussi, dirigerli lungo vie preferenziali e soprattutto di confinare i ‘bacini di attrazione psichici’ (BaP) di ogni individuo all’interno di porzioni circoscritte del suo territorio mentale. E sono proprio questi confini artificiali imposti al territorio mentale a definire i limiti di quello che è il ‘Senso Comune’ (lo chiameremo la ‘Regione SC’) relativo ad una data cultura: chiunque travalichi questi limiti non potrà più rapportarsi efficacemente con il proprio gruppo sociale e darà luogo a comportamenti ‘devianti’, non ‘normali’ e verrà immediatamente catalogato, nel migliore dei casi, come un disadattato, un tipo eccentrico o trasgressivo, nel peggiore come un pazzo o un criminale. Verrà espulso, imprigionato, combattuto o ridotto al silenzio. In casi estremi addirittura torturato e messo sul rogo (un tempo fisicamente, oggi per lo più solo psicologicamente ma con effetti analoghi). Dunque solo apparentemente noi siamo liberi di pensare, desiderare e immaginare ciò che vogliamo. In realtà tutta la nostra vita mentale è strettamente confinata all’interno della regione SC definita dalla nostra cultura: ed è questa una prigione psicologica ben più potente di qualsiasi prigione fatta di sbarre metalliche e mattoni, per la semplice ragione che di essa non siamo per niente consapevoli. Come un pesce non percepisce l’acqua in cui è immerso, noi questa prigione non la vediamo neppure e tanto meno, quindi, sentiamo la necessità di evaderne. Anzi, il nostro condizionamento è tale che se talvolta ci capita, casualmente, di mettere il naso appena fuori da essa veniamo subito presi da una spiacevole sensazione di vertigine, da sensi di colpa o di vergogna di cui non sappiamo definire l’origine ma che classifichiamo come sensazioni negative cercando immediatamente di sopprimerle. Senza accorgerci che, con esse, sopprimiamo parimenti quel fondamentale stimolo all’esplorazione di nuovi territori mentali che da sempre è stato alla base della spinta creativa umana, di quel mutamento di prospettiva interiore che in definitiva è il vero motore dell’evoluzione e del progresso. (… continua)
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giovedì, 09 agosto 2007

Il potere del serpente. Avalon... (Shiva & Shakti)

Le basi teoretiche del Tantra si ritrovano in tempi assai lontani ma spesso l'interpretazione delle fonti è controversa tanto che ciò che per alcuni è da considerarsi l'alba del pensiero tantrico, non sempre lo è anche per altri.

Questo perché sotto la denominazione di "Yoga Tantrico" vengono raccolte svariate forme di tale disciplina come, ad esempio, lo "Hatha Yoga", il "Kundalini Yoga", il "Laya Yoga", o il "Mantra Yoga" (2). In tutte queste varietà di Yoga, nella pratica l'interesse viene posto in una serie di tecniche che operano prevalentemente sul piano fisico quali le asana, il pranayama (3), le purificazioni, le indicazioni igieniche ed alimentari.

Tutto questo non ha comunque come scopo finale la perfezione del corpo sul piano grossolano ma, piuttosto, lo sviluppo delle potenzialità psicofisiche dell'uomo al fine di realizzare la piena espansione della sua coscienza e, quindi, la reintegrazione col Principio.

In alcune Upanishad, e tra queste ricordiamo la Hamsa Up., la Brahma Up., la Dhyanabindu Up., l'Amritananda Up., la Kshurika Up., la Maitri Up., e altre richiamate da Avalon del suo testo, si ritrovano ripetuti cenni a temi propri del Tantra come i quattro stati di coscienza, i quattro gusci, la cavità del cuore, le nadi, il passaggio del prana nel brahmarandhra che conferma l'implicita esistenza della sushumna (4). Vengono citati i chakra con il loro nome, menzionati i suoni (nada) e i loro effetti sul corpo, la simbologia dei Centri, ecc..

In alcuni Purana (5) si tratta più ampiamente dei sei chakra (6) o Fiori di Loto, della kundalini e del suo ridestarsi ed elevarsi lungo sushumna; l'Agni Purana descrive i rituali, le magie, i mantra tantrici.

I Tantra sono una sorta di Purana e formano un insieme di scritture la cui essenza è costituita dal culto della Shakti intesa quale energia manifestante.

Le basi metafisiche di questa disciplina che ne permettono la comprensione sono assai complesse e nel testo se ne sottende in parte la conoscenza. In esso sono dati tuttavia i necessari elementi per la comprensione di alcuni concetti basilari come quello di Coscienza e Non-Coscienza e della loro associazione nello Spirito Incarnato o Jivatma.

Prima della manifestazione dell'Universo vi era solo l'Essere-Coscienza-Beatitudine, cioè Shiva-Shakti, e ciò costituisce l'esperienza totale (Purna).

Ma in questo Uno è implicito un doppio aspetto di una unica Coscienza: l'aspetto trascendente, immutabile (Parasamit) e l'aspetto mutevole e creatore detto Shiva-Shakti Tattva. Nella "creazione" Shakti svolge una azione negativa in quanto nel suo processo di differenziazione si autolimita in una serie di campi finiti dello spazio e del tempo, per poter attuare quel processo di dualismo che porta alla creazione.

Shiva non si modifica nel suo aspetto trascendente ma in quello immanente di Shakti, senza perdere la sua assoluta Unità.

Al sorgere della volontà creativa Shakti palpita come nada, la vibrazione sonora.

A mano a mano che la creazione si dispiega il Principio viene velato dalle forme e denominazioni proprie della concretizzazione nel tempo e nello spazio e la percezione della Realtà diventa sempre più difficile.

Il Tutto si differenzia nelle parti, lo Spirito Eterno si limita nel tempo, l'onniscienza cede il posto alla conoscenza ristretta a cose limitate, la beatitudine e consapevolezza della propria perfezione lasciano il posto alla insoddisfazione e lo Spirito, persa la consapevolezza del Creatore di tutto, agisce con potere circoscritto.

Di questo passo si dispiega la manifestazione, grazie a Shakti, la Potenza di Shiva, dagli elementi più sottili fino alla terra in un processo assai sofisticato che Avalon, con sapiente supporto di citazioni e riferimenti tradizionali e con dovizia di particolari, riesce a precisare nel capitolo "La Coscienza non incarnata".

Per l'uomo tantrico non vi è nulla nell'Universo che non vi sia anche nel corpo umano: l'uomo, nella sua essenza, è Onnipotenza --ossia Shiva-- Pura Coscienza, ma in quanto Mentale e Corpo è una manifestazione della Potenza di Shiva, cioè di Shakti.

Il Tantra ha come scopo il superamento della coscienza individuale frammentata per riattingere la sacra pienezza della Coscienza Unica superando i limiti del profano.

Così, la "sperimentazione del sacro", tema assai diffuso nell'antichità e già in parte ripreso nell'Atharva Veda, diviene per il tantrico una via concreta, quasi "fisiologica" che si organizza attorno ad un corpo di "sostegni", composto da un complesso materiale simbolico tradizionale, da un particolare rituale, da precise tecniche e da una serie di meditazioni che portano alla salvezza, rimanendo in ogni modo una disciplina molto concreta, come lo sono le discipline yoga.

Il risveglio, attraverso opportune tecniche, di Potenze occulte assopite nell'uomo, determina una sua trasmutazione e divinizzazione che lo porta a trascendere la limitatezza della sua forma umana attraverso vari processi di reintegrazione, fino alla finale riunificazione col Principio. Ciò che costituisce assolutamente una cosa straordinaria è che questa perfetta reintegrazione, e quindi la Liberazione completa dell'uomo, può avvenire anche nel corso della sua vita e non dopo la morte.

Shakti, la cui radice shak significa "avere potenza", "essere capace", è, dunque, la Potenza di Shiva che, sotto forma di Forza Vitale risiede nel corpo umano e si colloca nel Muladhar Chakra.

Qui ella rivela la sua presenza sotto forma di Kundalini (7) che giace addormentata, simbolo di una energia allo stato potenziale, in attesa di manifestarsi (…"splende Kundalini dormiente" ) (le citazioni sono tratte dal testo Shat Chakra Nirupana, vv. 10 e 11)

È lei che origina le forme e le differenziazioni (... "Ella è colei che confonde il mondo") e conserva la vita (..."Ed è Lei che conserva tutti gli esseri del mondo per mezzo dell'inspirazione e dell'espirazione ...").

Qui, avvolta tre volte e mezzo attorno a Shiva emette "il suo dolce sussurro [che] somiglia al confuso ronzio di sciami di api in amore": è il suono para che esiste nella indifferenziazione, ossia il suono immanifesto, la causa del suono.

Ella è la sorgente da cui emanano tutti i suoni ("Ella produce melodiosa poesia, e Bandha, ed ogni altro genere di componimento in prosa o in versi, in sequenza o non, in Sanscrito, in Pracrito e in altri linguaggi").

Opportunamente stimolata kundalini si desta dal suo sonno e intraprende il percorso verso l'alto, lungo sushumna, passando da un chakra all'altro da modalità caratterizzate da aspetti grossolani ad altre sempre più sottili, in un percorso inverso a quello della manifestazione, secondo la regola che ogni cosa viene assorbita da ciò che l'ha generata, fino alla completa reintegrazione al Principio, in sahasrara chakra dove avviene la ri-unione di Shiva con Shakti.

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giovedì, 24 maggio 2007

Secondo Gurdjieff la musica, attraverso le sue vibrazioni, produce sugli uomini delle impressioni che agiscono in qualche modo sulle vibrazioni energetiche dei corpi non soltanto fisici. Gurdjieff lo dimostrò in diverse occasioni. Una volta, fece cadere in trance una ragazza che aveva appena incontrato, suonando un particolare accordo al pianoforte.  Anche la musica che compose per accompagnare l'esecuzione di particolari danze sacre da lui create, chiamate Movimenti, doveva essere strutturata in modo tale da generare sull'ascoltatore gli effetti voluti.
Tutto ciò fa pensare che questo “mistero” non nasconda solo dei sofisticati e fantastici fenomeni di fisica, ma che i frammenti raccolti siano la punta di un mistero ancora più grande e che qualcos’altro sia in attesa del cercatore che vorrà dedicarsi alla sua scoperta.

postato da: tetiorzes alle ore 10:14 | Permalink | commenti (19)
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